Puntata 169 – Il More Veneto e l’antico Capodanno | Francesca e la sua azienda

ASCOLTA LA PUNTATA

Ascolta la puntata:

05:06Il More Veneto, l’antico calendario 11:33Francesca e la sua azienda agricola 31:00Bunker Food – La fonduta valdostana

Nella puntata di oggi esploreremo una tradizione del nostro paese, un antico calendario che fino a pochi secoli fa era ancora utilizzato, il MORE VENETO.

Il termine more veneto indica la presentazione di una data secondo il calendario vigente nell’antica Repubblica di Venezia, che in precedenza era vigente anche nell’Impero romano ed era da sempre usato dai Veneti.

Secondo questa trasizione il ciclo dell’anno (il capodanno) ha inizio il 1º marzo, di cui ci resta testimonianza nei nomi dei mesi di settembre (settimo mese a partire da marzo), ottobre (ottavo mese a partire da marzo), novembre (nono mese dell’anno) e dicembre (decimo mese), seguiti dai mesi di rinnovamento e morte. L’introduzione del calendario gregoriano nel Veneto, quindi, non stravolse l’uso ufficiale della Repubblica Veneta, per cui per secoli indicando “more veneto” nei mesi di gennaio e febbraio si indicavano in pratica i mesi dell’anno successivo gregoriano (esempio: gennaio 1591 “more veneto” era il gennaio 1592 gregoriano).

Per evitare fraintendimenti le date dei documenti venivano dunque già allora affiancate dalla dicitura latina more veneto, ossia “secondo l’uso veneto”: in tal modo, ad esempio, la data 14 febbraio 1702 more veneto corrispondeva alla data generale 14 febbraio 1703, in quanto l’anno 1703 iniziava in Veneto solo a partire dal mese seguente e quindi febbraio risultava essere l’ultimo mese del 1702 (il vecchio anno). L’uso, di origini molto antiche, faceva sì che secondo tale sistema i mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre fossero effettivamente il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno, come indicato dal nome.

Il capodanno veneto, fissato il 1º marzo, era quindi una festività ufficiale della Serenissima Repubblica. L’uso di fissare l’inizio dell’anno in corrispondenza dell’inizio della primavera e del risveglio naturale della vita era pratica arcaica molto diffusa e riscontrabile anche in altri calendari, come nel caso del capodanno romano e del capodanno cinese.

La tradizione del capodanno veneto tuttora sopravvive nelle tradizioni di alcune zone della pedemontana berica, dell’altopiano di Asiago e in varie feste locali del Trevigiano, del Padovano a Onara e del Bassanese, che la ricordano con l’usanza del Bruza Marzo (o Bati Martho o Bati Marzo o ciamàr Marzo), che significa risvegliare l’anno nuovo.

In certe zone si offre tutt’oggi lo spettacolo di grandi falò per propiziare l’anno nuovo; in altre, come a Valdagno nella valle dell’Agno in provincia di Vicenza, si fa “Fora Febraro” con i “sciòchi col carburo” (botti provocati facendo scoppiare l’acetilene, prodotto unendo il carburo di calcio con l’acqua) e i bimbi girano per le strade battendo su pentole e coperchi, o trascinando in bicicletta o a piedi delle lattine vuote (un tempo si usava trascinare la catena del camino, che così diventava lucida), con l’idea che il rumore scacci il freddo Febbraio.

Incontreremo poi Francesca Porta, 20 anni, bastiese, giovanissima, ma con le idee chiare e i piedi per terra. Come ha raccontato alla redazione di unionemonregalese.it, dice di lei: «Fin da piccoli, io e mio fratello trascorrevamo tutta l’estate in alpeggio, provando a fare i malgari, poi siamo cresciuti ed abbiamo iniziato a “fare sul serio”. La montagna nella bella stagione è senza dubbio la parte più suggestiva del nostro lavoro» ci racconta, emozionata, lei che dopo essersi diplomata all’Istituto agrario di Mondovì ha deciso senza tentennamenti di restare “in casa”, per lavorare nell’azienda agricola di suo papà Dario, che la famiglia manda avanti ormai da cinque generazioni, al Villero di Bastia. «Tutti dicono che questo sia un lavoro da uomini? Io non credo, le opportunità e gli ambiti sui quali focalizzarsi sono tanti, diversi tra loro e molto interessanti e stimolanti. A casa abbiamo quasi 500 animali: vacche, vitelli, tori. Poi c’è tutto il lavoro che riguarda la cura dei campi. Bisogna seminare, fare il fieno, irrigare. Nel nostro lavoro non ci si annoia proprio mai – prosegue Francesca –. Qualche anno fa sognavo di vivere ogni istante sui miei pascoli, in alpeggio, poi purtroppo ho capito che non è sempre possibile. Mentre gli animali sono in montagna infatti la vita dell’azienda agricola prosegue “in pianura”, nei campi: bisogna dividersi i compiti. C’è anche un sacco di burocrazia da seguire, ci sono pratiche da espletare, scadenze da rispettare – aggiunge –. Io comunque, appena posso, mollo tutto e scappo in montagna. Con l’arrivo della stagione fredda invece gli animali tornano in pianura. Li lasciamo all’aperto nei prati, finché non nevica o fino a quando le temperature non diventano troppo rigide, poi li spostiamo nella stalla, per l’inverno. A questo punto inizia un altro periodo dell’anno per me fantastico, io lo chiamo il periodo dei “bimbi piccoli”, quello delle nascite. Quasi ogni giorno ci sono nuovi arrivati, tutti bellissimi».

E ancora: «La montagna è la parte migliore del nostro lavoro di allevatori, ma anche gli animali sono contenti di partire e capiscono che sta arrivando il momento della festa – racconta Francesca, emozionata al solo pensiero –. Ogni primavera, quando in stalla iniziamo ad allacciare i campanacci al collo delle vacche, ci accorgiamo chiaramente che sono contente, c’è euforia. Scalpitano, si vede che sono felici. Salgono di corsa sul camion e non vedono l’ora di arrivare. Una volta ad Acceglio è uno spettacolo: scendono dal rimorchio e iniziano a correre tra i prati». L’azienda Porta di Bastia è tradizionalmente legata all’allevamento e alla produzione di carne della razza autoctona più pregiata, la Piemontese, ma Francesca sa bene che la diversificazione e le nuove idee possono portare nuova linfa in futuro e permettere magari di ampliare ancora una realtà già ben consolidata. «Sono curiosa e mi piace imparare. Voglio provare un po’ tutti gli aspetti ed i mestieri legati al nostro ambito – spiega –. Ho lavorato infatti in macelleria, sono molto attratta dalle prospettive che offrono gli agriturismi e la scorsa estate ho trascorso i mesi centrali della stagione in una realtà “di nicchia” nella produzione di formaggi di alta qualità al Sestriere. Se in futuro dovessero esserci le giuste opportunità, voglio farmi trovare pronta».

Ci faremo raccontare da Francesca cosa significa essere un’allevatrice e una malgara di 20 anni.

Seguirà poi la consueta rubrica del lunedì, BUNKER FOOD in cui Angelo Joe e Grazia oggi ci racconteranno la fonduta valdostana.

Seguiteci!

INFO

Azienda Chebun

Non solo Cime di Rapa

Partecipa alla discussione