Puntata 210 – Amerigo Ferrari e la sua arte | Diego, un giovanissimo imprenditore italiano

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03:53Amerigo Ferrari e la sua arte 15:10Diego, un giovanissimo imprenditore italiano

Oggi parleremo di un artista italiano, nato a San Paolo del Brasile da genitori ferraresi e romagnoli la emigrati.

Amerigo Ferrari nasce a San Paolo del Brasile il 26 marzo 1889 da genitori italiani là emigrati.

Il padre, Giuseppe, è un agente di commercio, il quale, poco tempo dopo aver sposato Virginia Croari a Lugo di Romagna nel 1887, decide di cercare fortuna in Sudamerica.
Il soggiorno a San Paolo pare non sia durato a lungo. Il suo primo biografo, Arrigo Pozzi scrive che il ritorno avviene nel 1895, quando Amerigo ha appena sei anni. Nei registri dell’Ufficio Anagrafe, invece, il suo arrivo in città è datato 1901, sei anni più tardi. Manifestata una profonda passione per il disegno, il giovane artista si iscrive ai corsi della Scuola d’Arte Dosso Dossi, dove riceve l’istruzione di base da A. Longanesi, L. Legnani e G. Ravegnani, per trasferirsi, sedicenne, a Milano nel 1905.

Nella metropoli meneghina s’immerge nell’ambiente artistico pubblicitario, dominato allora dalla figura del grande cartellonista triestino Leopoldo Metlicovitz (1868-1944), insuperato decoratore di spartiti per la Casa Editrice Ricordi che, nel 1906, l’anno seguente all’arrivo di Ferrari in città, raggiunge fama internazionale con il manifesto per l’Inaugurazione del Sempione. Per ben comprendere quale aria fresca Amerigo respirasse a Milano accanto ad una figura così eclettica, è necessario ricordare che il Metlicovitz è anche l’indimenticato autore di manifesti cinematografici, quali il mitico Cabiria (1912), di illustrazioni per riviste, di bozzetti per francobolli e, perché no, delle figurine Liebig, che ancor oggi circolano sul mercato antiquario facendo la felicità dei collezionisti più accorti.

Amerigo Ferrari sotto le armi nel 1918

Non si dimentichi che quest’artista è anche maestro dell’altro grande triestino, Marcello Dudovich (1878-1962), autore di un altrettanto famoso manifesto per Borsalino del 1911, ma soprattutto geniale illustratore della figura femminile liberty, che ha determinato il gusto di un’epoca, non solo per mezzo dei manifesti, ma anche attraverso le riviste del tempo, quali Simplicissimus, Corso e Novissima. Amerigo Ferrari, personalità inquieta, dopo un apprendistato negli studi di questi due grandi della grafica, durato all’incirca un quinquennio, incapace di radicarsi a Milano, dà inizio a “un periodo di infaticato vagabondaggio”- scrive Pozzi – che lo vede spostarsi in Lombardia, Toscana e Veneto, per approdare in Sudamerica, forse per rivedere con occhi adulti la terra natale.
Nel 1918 è di ritorno in un’Italia travolta dal primo conflitto mondiale, perciò è arruolato come tipografo militare. Ripresa la vita civile, torna ad abitare a Ferrara dove stringe amicizia con Gualtiero Medri e col commediografo Pitteri, che lo stimano come artista.
Nel 1920 Ferrari invia alcuni cartelloni pubblicitari e diverse opere a carattere religioso all’importante Esposizione d’Arte Ferrarese ospitata nel Palazzo Arcivescovile.

Gualtiero Medri coglie l’occasione per segnalarlo sulla stampa con un articolo nel quale esalta le doti di artista del cartello réclame, che tratta con rara perizia e con spiccata originalità d’idee e potrebbe riuscire uno dei migliori in questo genere, qualora vi si dedicasse con maggior continuità.
Nel gennaio del 1923, il Ferrari mostra di aver accolto il consiglio di Medri e propone alla cittadinanza dodici cartelli réclame, insieme a diversi dipinti, in una personale allestita nel centralissimo Palazzo Crema.
Il successo ottenuto fa di lui uno dei più apprezzati pubblicisti dell’era fascista ferrarese, ma l’inquietudine che lo caratterizzerà tutta la vita gli impedisce di raccogliere i frutti della conquistata stima in patria.
Nel 1926 è di nuovo a Milano, dove spera di trovare una maggior fortuna, anche se a Ferrara si era ricorsi a lui per molti manifesti, ma anche per le illustrazioni d’importanti riviste letterarie, quali l’Orifiamma, La Cavalcata e Arte Nostra.
Non raggiunge il successo sperato, così nel 1933, dopo un soggiorno milanese durato sette anni, ritorna a Ferrara con la moglie Elide Tassinari, sposata nel capoluogo lombardo sei anni prima, nel 1927.

Ferrara non ha dimenticato l’artista e le sue opere, ricorda le cartoline disegnate per la Società Corale Orfeonica in occasione del Primo Cinquantenario della fondazione: Ferrara giugno 1920, oppure il cartellone per il Concorso Filodrammatico Provinciale del 1922, dove il Ferrari si rivela degno allievo di Dudovich. Questa volta la sua permanenza a Ferrara dura diciotto anni, durante i quali svolge un’intensa attività pittorica al cavalletto, che lo porta a partecipare a numerose mostre collettive, soprattutto con paesaggi, ma che lo vede lavorare anche alle decorazioni per la Mostra agricola di Argenta del 1934, e a due dipinti, Bagnanti e La raccolta del grano, inviati alla Mostra Sindacale dello stesso anno. A proposito di queste due opere, Corrado Padovani scrive sulla Rivista di Ferrara: – E non ci si deve rallegrare, dopo tanta abbondanza di paesi e di nature morte, a veder risorgere il gusto per la composizione?
Ecco appunto una felice composizione di «bagnanti» disposte entro una figura geometrica e con uno sfondo di acqua e di bosco. Un maligno ha notato le loro chiome abbondanti. Ma per la fattura densa e succosa questa notevole opera di Amerigo Ferrari ha richiamato a qualche visitatore il confronto dell’arte di Carena e non senza ragione.

La «raccolta del grano» è piuttosto di effetto cartellonistico. A corredo dell’articolo vi sono le immagini di due opere del Ferrari, Maschere e Madonna (1934, 2, pp. 82-83). Nel 1935, l’ing. Giorgio Gandini, progettista della sede del Gruppo Rionale “Franco Gozzi”, gli affida la decorazione dell’edificio. Oltre che presso privati, diverse opere sono conservate da varie Istituzioni locali. Nel Museo Civico di Arte Moderna si trova un Ritratto di donna con cane; nella raccolta della Camera di Commercio, una Mietitura; un Paesaggio figura presso la Camera del Lavoro, e un Campanile di San Gregorio e Ritratto di donna con cane presso l’Amministrazione Provinciale. Nel 1938, Amerigo Ferrari disegna il Manifesto per il Palio di Ferrara: le sagome monocolore di due trombettieri, uno nero e uno bianco contro un rosso fondo merlato, che simboleggia il Castello Estense, annunciano che il Torneo per l’arme di San Giorgio, avrà luogo il 5 giugno 1938, XVI dell’era fascista, alle ore 18; sfilerà un Corteo storico di 400 figuranti e si terrà la gara degli sbandieratori. Una riproduzione del manifesto è stata allegata al n. 3 del bimestrale Ferrara Storia, maggio-giugno 1996.

Amerigo Ferrari partecipa anche alle celebrazioni del Ventennale fascista del 1939. Nel dopoguerra Amerigo si tenta nell’arte del restauro, quando Medri gli chiede di lavorare alla sistemazione dello Stanzino delle Duchesse in Municipio. Nel 1951, all’età di cinquantadue anni, premuto da necessità economiche e dall’irrequietezza congenita, che l’ha visto spesso viaggiare insoddisfatto, sognando una fortuna che non gli ha mai arriso, il Ferrari si trasferisce a Venezia, dove lavora a dipinti di genere che trovano facile mercato in un ambiente tanto composito quale quello veneziano. Undici anni dopo, nel 1962, Ferrari si stabilisce definitivamente a Ferrara, unico caposaldo nel quale si rifugia dopo ogni delusione artistica. Per otto anni vive in un appartamento dell’alienante Grattacielo ferrarese, ignorato come artista, sofferente per una grave depressione psicofisica. Nella sua raccolta di opere d’arte, la Camera di Commercio di Ferrara conserva un acquerello su carta, Raccolta del grano.

Ottantenne, Amerigo Ferrari cessa di vivere il 2 aprile 1970 presso l’Arcispedale Sant’Anna, dove è ricoverato d’urgenza per aver ingerito di proposito sostanze velenose. Impietosa, la città non lo ricorda con alcun messaggio di cordoglio.

A seguire incontreremo Diego Mignani, che a 24 anni nel 2021 perde papà Paolo, storico titolare della Metal-Car di Casoni di Gariga, morto a soli 62 anni nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale di Piacenza e a seguito anche i nonni sempre a causa del Covid.
Era il 4 aprile 2020 e, due giorni dopo, al vertice dell’azienda è entrato il figlio Diego che aveva soltanto 24 anni e fino a pochi giorni prima studiava Fisioterapia.

Diego racconta così la sua esperienza ai nostri microfoni.

INFO

Sito web di Metal-Car

Sotto una galleria di alcune illustrazioni di Amerigo Ferrari:

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