Puntata 190 – Enzo Tortora e la sua storia a 34 anni dalla sua scomparsa

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04:11Enzo Tortora e la sua storia a 34 anni dalla sua scomparsa

Nella puntata di oggi ricorderemo la scomparsa del conduttore televisivo, amato da molti italiani, Enzo Tortora.

Nato Enzo Claudio Marcello Tortora a Genova il 30 novembre 1928 era figlio di Salvatore Tortora e Silvia, entrambi di origine napoletane, collaborò giovanissimo con la Compagnia goliardica Mario Baistrocchi, con propri testi e insieme alla sorella Anna, in seguito autrice televisiva.

Il 26 dicembre 1953 Tortora si sposò a Rapallo con Pasqualina Reillo, dalla quale ebbe Monica. La coppia si separò nel marzo del 1959 e il matrimonio fu dichiarato nullo dalla Sacra Rota. Sposò nel 1964 Miranda Fantacci (dalla quale divorziò nel 1972), dalla quale ebbe Silvia (1962-2022) e Gaia (1969), entrambe giornaliste.

La sua ultima compagna fu Francesca Scopelliti, poi senatrice.

Diplomatosi presso il liceo classico Cristoforo Colombo di Genova, nel 1947 entrò nell’Orchestra di Totò Ruta come percussionista, esibendosi nei night club di tutta Italia. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Genova, lavorò per alcuni spettacoli con Paolo Villaggio, prima di entrare in Rai a ventitré anni. In quello stesso periodo facevano il loro ingresso Piero Angela e Luigi Marsico (con cui Tortora lavorò in radio a Torino) oltre a, come direttore del giornale radio, Vittorio Veltroni. Tre anni dopo gli fu affidato lo spettacolo radiofonico Campanile d’oro.

La prima apparizione in video risale al 1956, come valletto di Silvana Pampanini, Primo applauso[8], di cui divenne poi conduttore. Le sue prime trasmissioni di grande successo, andate in onda seconda metà degli anni cinquanta, furono Telematch e Campanile sera, in cui era spesso inviato esterno. Insieme a Silvio Noto condusse nel 1957 il programma Voci e volti della fortuna, gara musicale abbinata alla Lotteria di Capodanno che negli anni successivi diventò appuntamento fisso con i telespettatori con il nome di Canzonissima.

Sul finire degli anni cinquanta fu anche interprete di fotoromanzi per il periodico femminile Grand Hotel.

Nel 1957 e nel 1958 presentò il Festival della Canzone di Vibo Valentia, nel 1959 il Festival di Sanremo. Nel 1959 prese parte a uno sketch della rubrica pubblicitaria televisiva Carosello sponsorizzando il dentifricio Durban’s.

Nel 1962 fu allontanato dalla Rai per un’imitazione che Alighiero Noschese fece di Amintore Fanfani e che secondo Aldo Grasso Tortora non avrebbe impedito che andasse in onda. Dopo un triennio passato alla Televisione Svizzera, in cui presentò il programma Terzo grado, tornò alla Rai per condurre in radio Il gambero.

Dal febbraio 1965 e fino al 1969 condusse La Domenica Sportiva, trasformandone radicalmente il format in collaborazione col regista Gianni Serra, anche attraverso l’introduzione degli ospiti, per la prima volta presenti in studio; secondo Grasso, ne ricavò “un brillante programma d’intrattenimento”.

Nel maggio dello stesso 1965 tenne a battesimo la prima edizione di Giochi senza frontiere, di cui fu il primo presentatore italiano.

Con Mike Bongiorno, Corrado e Pippo Baudo divenne uno dei presentatori televisivi più noti di quegli anni. I quattro apparvero insieme in televisione una sola volta, in Sabato sera del 1967, in un siparietto in cui Mina li invitava a cantare e ballare con lei.

A fine 1969 Tortora era all’apice della popolarità: oltre a La Domenica Sportiva, conduceva in contemporanea il gioco a premi Bada come parli! alla televisione e il quiz alla rovescia Il gambero alla radio. Improvvisamente fu licenziato in tronco dalla Rai a causa della pubblicazione di un’intervista sul settimanale Oggi in cui definiva la Rai come «un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi».

Iniziò così a lavorare per alcune emittenti private e, come giornalista, per La Nazione e Il Nuovo Quotidiano. Fu nominato vicepresidente della TV via cavo italiana, Telebiella, e partecipò alla fondazione di Telealtomilanese, lavorò pure per la TSI, la Televisione svizzera di lingua italiana.

Come giornalista de La Nazione e de Il Resto del Carlino, seguì da cronista le fasi del processo a Lotta Continua e divenne amico del commissario Luigi Calabresi, di cui fu l’unico a prendere le difese nei suoi articoli in contrasto con ampi settori del mondo intellettuale che conducevano una campagna contro il poliziotto (sfociata in una famosa lettera aperta avente 800 firme pubblicata a margine di un articolo di Camilla Cederna); Tortora, secondo il suo collega e amico Luciano Garibaldi, fu per questo pestato da alcuni estremisti.

Con la riforma della Rai del 1976 e la nascita delle reti concorrenti, a differente impronta politica, diversi personaggi vi fecero ritorno dopo anni di assenza. Tra questi, sulla socialista Rete 2, Dario Fo ed Enzo Tortora, voluto secondo Grasso dal suo direttore Massimo Fichera.

Nella primavera del 1977 il presentatore assunse la conduzione di Portobello. La trasmissione, inizialmente prevista in seconda serata e successivamente spostata in prima dato il gradimento, batté ogni record di share realizzato fino a quel momento, sino alla soglia dei 26 milioni di spettatori, circa il 47% dell’intera popolazione italiana. Ispirata nel nome al celebre mercatino londinese, fu poi considerata la madre della televisione degli anni novanta; in essa si potevano già intravedere alcune idee poi protagoniste dei successivi format tv come Stranamore, Carràmba che sorpresa, I cervelloni, Chi l’ha visto? e della “tv-verità”.

L’attività di Tortora in Rai proseguì fino al 1983, con Portobello e L’altra campana (1980), e su Antenna 3; nel 1982 lavorò anche a Rete 4 (allora di proprietà del Gruppo Mondadori e non ancora appartenente alla Fininvest di Silvio Berlusconi) di cui fu direttore artistico.

Alle 4 di notte del 17 giugno 1983 Enzo Tortora fu tratto in arresto dai Carabinieri e gli fu notificata l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.

Le accuse si basavano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (soprannominato “Gianni il bello”) e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo; inoltre, altri 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, tra cui Michelangelo D’Agostino, pluriomicida detto “Killer dei cento giorni”, accusarono Tortora. A queste accuse si aggiunsero quelle, rivelatesi anch’esse in seguito false, del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e di sua moglie Rosalba Castellini, i quali dichiararono di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3; si contarono così tredici false testimonianze e, in totale, i pentiti che accusarono Tortora assommarono a 19.

Gli elementi “oggettivi”, di fatto, si fondavano unicamente su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giuseppe Puca detto O’Giappone, recante scritto a penna un nome che appariva essere, inizialmente, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono; il nome, ad esito di una perizia calligrafica, risultò non essere quello del presentatore, bensì quello di un tale Tortona. Nemmeno il recapito telefonico risultò appartenere al presentatore.

In un’intervista pubblicata sul settimanale L’Espresso il 25 maggio 2010, l’ex collaboratore di giustizia Gianni Melluso, uscito dal carcere nel 2009, chiese ufficialmente perdono ai familiari di Enzo Tortora per le dichiarazioni rese ai magistrati all’epoca dei fatti e reiterate nel 1992, sostenendo che il suo agire fosse stato condizionato dalla brama di vendetta dei due boss Barra e Pandico e ammettendo la falsità delle accuse.

L’indagine nella quale fu coinvolto il presentatore era in realtà il frutto di una maxi-inchiesta che si concluse con una retata nella quale, compreso quello di Tortora, furono 856 gli arresti eseguiti contemporaneamente in 33 province italiane fra Bolzano e Palermo, oltre che in Sardegna.

Fra gli altri destinatari più o meno noti degli ordini di arresto, dal presidente dell’Avellino calcio Antonio Sibilia, ai terroristi di opposte fazioni Pierluigi Concutelli e Sante Notarnicola, dal bandito Renato Vallanzasca a politici meridionali come il sindaco di Sant’Antonio Abate Giuseppe D’Antuono e l’assessore della Provincia di Napoli Salvatore La Marca, sino alla cantante nota in arte come Alba Miglioretti. 337 degli 856 ordini di arresto colpirono soggetti già detenuti e l’operazione occupò in tutto circa 10.000 fra carabinieri e agenti di polizia, parte dei quali impiegati nell’occupazione militare del paese di Ottaviano, centro degli interessi di Raffaele Cutolo, capo della branca di camorra perseguita dall’operazione (Nuova Camorra Organizzata). La moglie di Cutolo, Immacolata Jacone, sposata qualche settimana prima nel carcere dell’Asinara ove il boss era detenuto, sfuggì alla cattura e rimase latitante.

Il Procuratore Capo di Napoli, Francesco Cedrangolo, insieme agli investigatori, comunicò che le indagini avevano richiesto la redazione di un rapporto di 3.800 pagine, che la stampa riferì fu subito ribattezzato “la Treccani della camorra”; fiorirono immediatamente numerose indiscrezioni circa il contenuto delle rivelazioni del Barra e del Pandico, anche a proposito del caso del sequestro di Ciro Cirillo, e fu subito diffusa la notizia che il Barra aveva accusato Tortora di spacciare droga nel mondo dello spettacolo a tranche da 80 milioni di lire l’una.

Cedrangolo, alla domanda diretta sulla certezza che Barra avesse detto la verità e che le sue accuse avessero tutte fondamento, rispose: «Non abbiamo l’abitudine di emettere ordini di cattura senza motivo» e «Tutte le affermazioni raccolte sono state sottoposte in questi mesi a controlli accurati».

Come ricorda lo storico della televisione Aldo Grasso, “le reti Rai mandarono in onda ininterrottamente e senza pietà le immagini del conduttore ammanettato”.
Tortora fu attaccato anche nell’ambiente giornalistico, furono pubblicate storie false per falsi scoop, ne fu posta sotto attacco l’immagine umana e professionale.

L’arresto era stato preceduto da una fuga di notizie e nel pomeriggio precedente diversi giornalisti avevano contattato un ignaro Tortora per chiedergli del suo coinvolgimento; fra questi Guglielmo Zucconi, allora direttore de Il Giorno ed ex parlamentare della Democrazia Cristiana, il quale fece telefonare un suo redattore, cui Tortora rispose ironicamente «Sì, dica al suo direttore di metterci pure Tognazzi e Vianello, e il cast è fatto!».

Il 17 gennaio 1984 vennero concessi gli arresti domiciliari e il giorno seguente Tortora, dopo 271 giorni di carcerazione, poté lasciare il carcere di Bergamo, dove era rinchiuso dal 14 agosto, per la sua casa a Milano.

Il 7 maggio 1984 Enzo Tortora accettò di candidarsi eurodeputato nelle liste del Partito Radicale, che ne sostenne le battaglie giudiziarie, e il 17 giugno, a un anno esatto dal suo arresto, fu eletto al Parlamento europeo. Raccolse in totale 414.514 preferenze, risultando eletto in due circoscrizioni.

Il 20 luglio 1984 Tortora tornò libero e si recò subito al carcere di Bergamo a salutare il personale. Tre giorni dopo era a Strasburgo.

Il 17 settembre 1985 fu condannato a dieci anni di carcere, principalmente per le accuse di altri pentiti.

Il 26 aprile 1985, il procuratore Diego Marmo, parlando di Tortora in aula lo definì «cinico mercante di morte». Il legale del giornalista chiese di moderare i termini, ottenendo come risposta: «Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!», al che Tortora si alzò in piedi dicendo: «È un’indecenza!», e il pm chiese di procedere per oltraggio alla corte. Il 9 dicembre l’europarlamento respinse la richiesta di autorizzazione con il seguente comunicato:

«Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e, in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al «fumus persecutionis»: in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che, all’origine dell’azione penale, si collochi l’intenzione di nuocere all’uomo e all’uomo politico.»

Il 13 dicembre 1985 si dimise da europarlamentare e, rinunciando all’immunità parlamentare, dal 29 dicembre fu messo agli arresti domiciliari.

Il 15 settembre 1986 Enzo Tortora fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli e i giudici smontarono in tre parti le accuse rivoltegli dai camorristi, per i quali iniziò un processo per calunnia: secondo i giudici, infatti, gli accusatori del presentatore – quelli legati a clan camorristici – avevano dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Altri, invece, non legati all’ambiente carcerario, avevano il fine di trarre pubblicità dalla vicenda: era, questo, il caso del pittore Giuseppe Margutti, il quale mirava ad acquisire notorietà per vendere i propri quadri.

Tortora tornò in televisione il 20 febbraio del 1987, ricominciando il suo Portobello. Il ritorno in video fu toccante, il pubblico in studio lo accolse con una lunga standing ovation. Tortora con evidente commozione pronunciò un breve discorso di cui fu noto il suo incipit:

«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta.

Tortora fu assolto definitivamente dalla Corte di cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto.

Conclusa in anticipo, causa malattia, la conduzione del suo ultimo programma televisivo intitolato Giallo, andato in onda nell’autunno 1987 su Rai 2, Enzo Tortora morì a 59 anni la mattina del 18 maggio 1988 nella sua casa di Milano, stroncato da un tumore polmonare. I funerali – cui parteciparono amici e colleghi tra i quali Marco Pannella, Enzo Biagi, Piero Angela – si tennero presso la basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Poco più di un mese prima della sua scomparsa Tortora volle tenere una conferenza stampa nella sua abitazione romana di Via Piatti per annunciare di essere gravemente ammalato.

Parleremo poi della scoperta di una porta antica ad Assisi che sembra, da quello che dicono gli studiosi quella sotto cui passò il futuro San Francesco una volta spogliatosi di tutti i suoi beni per dedicarsi alla vita di povertà che lo porterà a fondare l’ordine francescano famoso in tutto il mondo.

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