APPIA REGINA VIARUM – 2018 – 2022 UNO SCAVO DI RICERCA

Lo scavo Appia Regina Viarum è un progetto di archeologia pubblica della Soprintendenza Speciale di Roma, che di fronte alle Terme di Caracalla ha portato alla luce edifici, strutture e reperti, con importanti scoperte a partire dal II secolo fino all’età moderna sulla topografia e l’evoluzione di questa area, legata alla storia di Roma dalle sue origini.
«Oggi presentiamo uno scavo di ricerca, finalizzato non solo a trovare importanti resti e reperti – spiega Daniela Porro Soprintendente Speciale di Roma –. Lo scopo, coordinato con la candidatura dell’Appia come patrimonio dell’umanità, è acquisire più informazioni possibile sull’area dove sorgeva una delle strade più importanti dell’antica Roma in un programma di interventi e iniziative per valorizzare le Terme di Caracalla e il loro contesto.
Fondamentale è che la Soprintendenza continui a svolgere attività scientifica, come in questo caso collaborando con l’Università Roma 3, e utilizzando proficuamente fondi europei».

La grande difficoltà dello scavo è stata la massiccia risalita d’acqua, che impedisce di arrivare a 8 metri di profondità dove dovrebbe trovarsi il basolato antico. Ma il ritrovamento di una strada del X secolo in battuto indica la presenza in epoca medioevale di una importante percorrenza che, probabilmente, ricalcava l’Appia e spinge a continuare le indagini.
«Le strutture più antiche – spiega Mirella Serlorenzi direttore scientifico dell’indagine –. risalgono all’età adrianea, arrivano a quella severiana, e distano dalle tabernæ davanti alle Terme circa 30 metri che corrisponderebbero a 100 piedi romani, ovvero la larghezza della via Nova severiana come riportata dalla Forma Urbis. La stratigrafia ha soprattutto restituito le continue trasformazioni di strutture di età imperiale, con la sovrapposizione nel tempo di attività produttive o abitative. La quantità di informazioni e di materiali rinvenuti, come la moneta quadrata papale, l’anello con monogramma, un’incisione benaugurante trovata sotto a una colonna, fornisce un quadro di un’area viva e frequentata fino all’alto medioevo, periodo di cui a Roma si hanno scarse testimonianze. Emerge così la trasformazione dell’Urbs imperiale nella Roma cristiana medioevale decisiva nella storia della città». «L’obiettivo primario del progetto era comprendere la viabilità dell’Appia, un nodo strategico dell’antica Roma, di cui probabilmente è stata rinvenuta una traccia medioevale.
Ma fin da ora – spiega Riccardo Santangeli Valenzani docente di Archeologia Medievale di Roma 3 – i ritrovamenti sono da mettere in relazione con le istituzioni presenti nell’area di cui
ci parlano le fonti, come la Basilica di Santa Balbina, la Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, l’antico titulus Fasciolæ e uno xenodochio, cioè un ente destinato all’accoglienza dei pellegrini, citato dalle fonti alla fine del VI secolo sulla Via Nova severiana».
Iniziato nel 2018 con indagini non invasive, lo scavo vero e proprio è iniziato dal luglio 2022 e alle attività archeologiche è stata abbinata anche l’apertura alla cittadinanza con visite guidate e la pubblicazione delle relazioni archeologiche settimanali su Sitar, la piattaforma web della Soprintendenza dedicata alla conoscenza archeologica.

IL PRIMO MIGLIO

Una domanda storica è all’origine dello scavo effettuato davanti alle Terme di Caracalla: dove passava il primo miglio dell’Appia Antica? Gli studiosi hanno finora avanzato ipotesi diverse su questo percorso, ma solo l’evidenza archeologica potrà confermare il tracciato iniziale della prima strada romana intitolata a un console, Appius Claudius Cæcus, e il suo rapporto con l’imponente via Nova Severiana costruita all’inizio del III secolo dopo Cristo dall’imperatore Settimio Severo, che ne ribatteva il tracciato.
L’indagine della Soprintendenza Speciale di Roma finanziata con fondi europei erogati dal Cipe è un intervento di archeologia pubblica non originato dalla costruzione di edifici o di sottoservizi, ma funzionale alla ricerca, allo studio e alla ricostruzione della storia di una porzione della Capitale attraverso i secoli.
Improntata all’interdisciplinarità, l’attività di ricerca è iniziata a opera della Soprintendenza nel 2018 con indagini non invasive, carotaggi e georadar, per individuare il punto dove effettuare lo scavo vero e proprio, iniziato a partire dal luglio 2022 in collaborazione con l’Università Roma 3, con il coinvolgimento di figure professionali diverse, oltre agli archeologi, strutturisti, geologi, architetti, archeosismologi. Alle attività archeologiche è stata affiancata anche l’apertura dello scavo alla cittadinanza attraverso visite guidate durante i lavori, che hanno coinvolto migliaia di cittadini, e la pubblicazione delle relazioni archeologiche settimanali attraverso la piattaforma Sitar della Soprintendenza.

L’APPIA RITROVATA

Fin dall’inizio dell’indagine l’area si è dimostrata particolarmente problematica per la presenza di una estesa falda acquifera, che ha impedito di scendere fino a 8 metri, il probabile livello della viabilità antica. Tuttavia dagli oltre 6 metri di profondità raggiunti sono emersi alcuni indizi che indicano la presenza della via Nova iniziata sotto Settimio Severo proprio davanti alla facciata delle Terme di Caracalla. Le strutture più antiche messe in luce risalgono all’età adrianea e arrivano a quella severiana, mostrando l’evoluzione urbanistica della zona quando vennero costruite le Terme di Caracalla. Si tratta di edifici nati con finalità commerciali o residenziali, che mostrano tuttavia una eccezionale continuità di utilizzo anche nei secoli considerati di maggiore decadenza e di crisi demografica.

Da queste strutture alle tabernæ davanti alle Terme c’è una distanza di circa 30 metri che corrisponderebbero a 100 piedi romani, ovvero la larghezza della via Nova come riportata dalla Forma Urbis, la grande pianta marmorea della città realizzata nel III secolo.
Inoltre è emersa una strada acciottolata risalente al X – XI secolo che ripercorre il medesimo andamento, attendibile testimonianza della continuazione del tracciato dell’Appia antica anche nel Medioevo. Infatti lo scavo ha soprattutto permesso di scoprire la storia di un’area che si credeva abbandonata fin dal tardo impero, di ricostruirne le vicende e l’umanità che la abitava.

VITA NEL MEDIOEVO

Durante la tarda antichità le strutture adrianee e severiane vennero trasformate, forse anche con ampliamenti, e vennero probabilmente usate per attività produttive. Solo una approfondita analisi dei materiali potrà indicare con maggiore esattezza che tipo di lavorazioni vi si svolgessero. Tuttavia un grande deposito di cenere, non originata da un incendio, dà già spazio ad alcune ipotesi: che questa venisse usata come sbiancante in un lavatoio, ovvero per la lavorazione del vetro o della ceramica.
Al IX secolo risalgono le tracce del crollo di questi edifici, sopra cui circa cento anni dopo viene realizzata una strada in semplice battuto che indica comunque la continuità di vita
dell’area. Le fonti indicano qui uno dei più antichi tituli cristiani (cioè una chiesa corrispondente più o meno a una moderna parrocchia) denominato Fasciole, probabilmente dalla reliquia della fasciatura caduta dalle caviglie di san Pietro mentre si accingeva a lasciare Roma dalla via Appia.

L’ANELLO MISTERIOSO

In questo contesto sono di estremo interesse i materiali venuti alla luce che permetteranno di inquadrare meglio l’utilizzo dell’area con datazioni più precise. Tra i reperti più antichi spicca una testa di statua, una colonna con una iscrizione beneaugurale, una tabula lusoria, pedine da gioco, monete, scampoli di mosaico e resti di anfore.
I reperti risalenti alla tarda antichità e all’alto Medioevo, periodi sempre elusivi nella documentazione archeologica di Roma, sono di eccezionale importanza: si segnala per la sua rarità una moneta, una delle prime coniate sotto il controllo papale e databile tra il 690 e il 730, e soprattutto un anello in bronzo con monogramma, da sciogliere con il nome di Antonio o Antonino e risalente al VI secolo. Infine ceramica invetriata, residui e scarti di materiale di fusione, confermerebbero la presenza di attività produttive.

IL BARONE TRADITO

Nel tardo medioevo e nell’età moderna, l’abitato si era ristretto attorno all’ansa del Tevere, e l’area delle Terme venne utilizzata per scopi agricoli, con orti e vigne, dei quali le indagini archeologiche hanno restituito ampia testimonianza.
Ma l’epoca moderna ha lasciato traccia anche di un’altra attività che si svolgeva presso tutti i grandi monumenti romani: la spoliazione. Lo scavo ha intercettato una grandissima fossa realizzata alla fine del XVIII secolo per recuperare materiale da costruzione, i mattoni antichi molto ricercati per la loro qualità dagli architetti e dai muratori dell’epoca.

Il confronto con i dati di archivio ha consentito di dare un volto e un nome all’autore di questa opera: nel dicembre del 1771 Alessandro Gavotti, barone e proprietario di quest’area, allora tenuta a vigna, chiese una autorizzazione per scavare e “cavare tavolozza”, cioè i mattoni.
Il personaggio è noto alle cronache dell’epoca per uno dei più clamorosi scandali di quegli anni: l’accusa rivolta alla moglie, Virgina Verospi che lo tradiva, di aver tentato di avvelenarlo in combutta con l’amante.

LA VALLE DELLE CAMENE PRIMA E DOPO LE TERME DI CARACALLA

IL PRIMO MIGLIO DELLA ANTICA REGINA VIARUM

Nel paesaggio contemporaneo il tracciato iniziale della Appia è quasi scomparso, tanto che oggi è opinione comune che la strada cominciasse da porta San Sebastiano. Le fonti antiche tramandano che invece la Regina Viarum partiva almeno un chilometro prima, a Porta Capena, dove oggi troviamo l’omonima piazza.
Questa parte del tracciato della prima delle vie consolari si inseriva in un territorio legato alla storia di Roma fin dalle sue origini. Secondo le antiche leggende qui sorgeva un bosco sacro abitato da ninfe acquatiche, le Camene: tra queste Egeria sarebbe stata prima la consigliera e poi la moglie di Numa Pompilio, il secondo re dell’Urbs originario della Sabina.
Il paesaggio antico doveva presentarsi come una valle piuttosto selvaggia ricca di acque, ancora oggi presenti nel sottosuolo, che si srotolava tra i colli Celio, Piccolo Aventino, dove oggi sorgono le Terme di Caracalla, poi tra l’Aventino vero e proprio e il Palatino, dove oggi si vedono i resti del Circo Massimo.

DALLA REPUBBLICA ALL’IMPERO

Una area che si incuneava fino al cuore della città, quindi di grande importanza strategica: per la difesa, tanto da essere tagliata a metà dalle Mura Serviane, nella riedificazione dopo il sacco gallico nel IV secolo avanti Cristo; al tempo stesso per l’espansione di Roma. Infatti da Porta Capena, che si apriva sulle Mura, partivano l’antica via Latina e dal 312 avanti Cristo anche l’Appia, direttrici fondamentali verso il Latium meridionale, poi fino a Capua e oltre.
In epoca repubblicana il paesaggio ai lati della via Appia era caratterizzato dalla presenza innanzitutto di tombe, dal momento che le sepolture dovevano avvenire fuori dalle mura cittadine, poi da edifici sacri di varie dimensioni e da aree di culto.
Con l’espandersi della potenza di Roma sorsero aree attrezzate unite ai servizi essenziali per chi andava e veniva dalla città: stazioni per la muta dei cavalli, servizi di trasporto su carri. Ma anche piccoli balnea, per la cura della persona e il riposo, tutti impianti che sfruttavano le fonti sotterranee. Proprio la presenza dell’acqua e la posizione di fondovalle causavano però problemi di impaludamento: già all’inizio dell’epoca imperiale il tracciato dell’Appia viene innalzato di qualche metro e probabilmente spostato.
In questa epoca, quando ormai le Mura Serviane erano in disuso, l’area di fronte a Porta Capena entra a far parte del tessuto urbano vero e proprio, gli edifici si fanno sempre più fitti, cambiando anche scala dimensionale. Nel corso del II secolo si sviluppa un vero e proprio quartiere con ricche domus incastonate nelle pendici dei colli circostanti, mentre insule a più piani affiancano gli edifici preesistenti allineati sulla strada.
I piccoli balnea vengono progressivamente sostituiti da edifici termali sempre più grandi di cui le Terme di Caracalla, inaugurate all’inizio del III secolo, sono l’esempio più evidente e meglio conservato.
La costruzione di questo grandioso impianto ha cambiato profondamente l’assetto urbanistico del primo miglio dell’Appia, incidendo sulla configurazione del quartiere (l’antica Regio XII augustea). Di questa trasformazione una importante testimonianza è la Domus di Vigna Guidi, di cui oggi si possono vedere alcuni ambienti alle Terme di Caracalla.
Raro esempio a Roma di una tipologia abitativa di domus signorile ai piani terra e primo e appartamenti per classe medio-alta ai piani superiori, l’edificio è una preziosa documentazione della topografia dell’area e finora l’unico relitto dell’intero quartiere di età adrianea adiacente a Porta Capena, distrutto e ricoperto di terra nel 206 dopo Cristo per fare spazio al poderoso terrazzamento di fondazione del grande complesso termale.
Interessanti strutture di età adrianea e testimonianze del loro riuso in età severiana sono emerse nella stratificazione indagata, accanto a importanti reperti della Roma tardo antica e medioevale, in particolare del VI e VII secolo il periodo archeologicamente meno conosciuto della storia della città, che attestano una frequentazione dell’area fino al IX secolo.

LA TARDA ANTICHITÀ E IL MEDIOEVO

Con il tramonto della Urbs imperiale a causa del tracollo dell’Impero romano d’Occidente, il paesaggio comincia a disgregarsi, mentre sorgono nuove tipologie di edifici. Sfruttando le strutture di epoca precedente, lungo il primo miglio della Regina Viarum fioriscono piccoli oratori, chiese e strutture assistenziali per poveri, forestieri e pellegrini.
Nella tarda antichità questo tratto di strada si ammanta anche di racconti e storie religiose come il Quo Vadis: la fuga dal Carcere Mamertino di Pietro e il suo incontro con Cristo sull’Appia. L’apostolo, mentre fuggiva dalla persecuzione di Nerone, proprio davanti alle terme di Caracalla avrebbe perso la benda che gli fasciava una piaga alla caviglia. Proprio da questa leggenda, probabilmente, l’edificio di culto che precede la chiesa dei Santi Nereo e Achilleo prese il nome di titulus (così si chiamavano le chiese parrocchiali nella Roma paleocristiana) Fasciolæ. Di questa prima chiesa non è possibile determinare con certezza l’originaria collocazione; la chiesa attuale venne edificata all’inizio del IX secolo da papa Leone III, e poi ricostruita nel XV e ristrutturata nel corso del Seicento.
E in questa zona c’era anche un istituto per l’ospitalità agli stranieri e ai pellegrini, attività considerata allora tra i doveri più importanti per la Chiesa e i cristiani, cioè lo Xenodochio
(così si definivano questi enti assistenziali) de Via Nova.
Come in altre parti della città imperiale, dal IX secolo anche qui il tessuto urbano lascia sempre più spazio a vigne e altre coltivazioni per sostentamento, mentre l’acqua alimenta diversi mulini sparsi nell’area. Con il Medioevo iniziano anche le sistematiche spoliazioni andate avanti fino all’età moderna che hanno come oggetto materiali di pregio, come marmi e mosaici, ma anche semplici mattoni.

DALL’ETÀ MODERNA ALLA CONTEMPORANEITÀ

Le vigne, i cui confini si ampliano nel corso dei secoli, arrivano a ricoprire quasi tutta l’area del primo miglio dell’Appia che giunge, verde e praticamente intatta, fino al 1870: da questo momento in poi, con il progetto della Passeggiata Archeologica, ideata a partire dal 1883 ma inaugurata nel 1917, il paesaggio dell’Appia viene definitivamente sigillato dall’allestimento di un grande parco pubblico costellato di ruderi di epoca romana, un vero e proprio portale di accesso da Sud alla città.
Questa è la forma attuale dell’area, così diversa da quel fondovalle delle origini, eppure ulteriormente trasformata nel corso del ventennio fascista con l’apertura di viale delle Terme di Caracalla e della via Imperiale, che sanciscono la definitiva frattura di quella originaria continuità che per secoli aveva caratterizzato il primo miglio della via Appia.

SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA

Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma
Mirella Serlorenzi, Responsabile Unico del Procedimento e progettista per le opere archeologiche
Maurizio Pinotti, Direttore dei Lavori
Alba Casaramona, Barbara Ciarrocchi, assistenti alla progettazione archeologica
Leandro Lentini, assistente di cantiere
Silvia Agostinetto, Comunicazione
Fabio Caricchia, fotografie

UNIVERSITÀ DI ROMA TRE

Daniele Manacorda, già docente di Metodologia della Ricerca Archeologica
Maura Medri, docente di Metodologia della Ricerca Archeologica
Riccardo Santangeli Valenzani, docente di Archeologia Medievale
Valeria Di Cola, ricercatrice
Maura Fadda, Federico Fasson, Giuliano Giovannetti, archeologi, responsabili documentazione scientifica
Giorgio Rascaglia, responsabile dei materiali

COLLABORAZIONI

Carlo Rosa, Analisi geologiche
Fabrizio Galadini, Emanuela Falcucci, archeosismologi
Giuseppe Carluccio, architetto strutturista
Enrico del Fiacco, Responsabile della sicurezza
So.La.Spe. Società Lavori Speciali s.r.l., ditta esecutrice

SOCIAL NETWORK

Alba Casaramona, Barbara Ciarrocchi, Valeria Di Cola, Federica Lamonaca, Paola Caramadre

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